Alessandro Menabue e Massimiliano Manocchia intervistano Miro Sassolini per Loudd

Siamo andati al MEI. Ma non per il MEI. Siamo andati al MEI per intervistare Miro Sassolini e goderci lo showcase di presentazione del suo nuovissimo album, Del Mare la Distanza, pubblicato da Contempo e già recensito sulle pagine di Loudd.

Il contesto, opportunamente assai poco “rock”, scelto per la presentazione è Casa Spadoni,  una splendida location appena fuori città, ricavata da una ex seteria, dove servono un delizioso “sfusone” (vale a dire un ottimo Sangiovese della casa) che merita assai più di un semplice assaggio. 

Incontriamo Miro prima dello showcase e, grazie anche alla sua gentilezza e disponibilità, ne esce questa bellissima chiacchierata.

 

Il tuo album precedente, “Da Qui a Domani” aveva un approccio decisamente più sperimentale rispetto al nuovo disco; “Del Mare la Distanza”, soprattutto dal punto di vista musicale, appare più comunicativo. Si tratta di una scelta nata già in origine, durante la genesi dell’album, o si è sviluppata successivamente?

Questo disco è la naturale evoluzione dell’altro, sia testualmente che musicalmente. L’approccio ai brani è rimasto lo stesso, poi molto dipende da quello che si vuole raccontare. Nel disco precedente c’era l’esigenza di narrare la storia del personaggio-Leonard, era una silloge poetica costruita da Monica Matticoli. Tutto quello che venne fatto musicalmente doveva essere funzionale al progetto originario che era appunto quello di narrare una parte della vita di questo personaggio: pertanto, era fondamentale un certo tipo di approccio vocale e musicale. Furono utilizzati molti campionatori e molta elettronica, poca musica suonata perché l’idea era quella di far cantare le parole di Monica – e penso di esserci riuscito cantando praticamente in sospeso, assecondando una scelta stilistica di Cristiano Santini. Ad ogni modo non c’è una grande differenza di metodo tra i due album, poi è chiaro che musicalmente sono due lavori diversi in quanto avevamo delle esigenze diverse. Cristiano voleva fare un lavoro new wave vero e quindi sapevamo che ci sarebbe stato un determinato approccio musicale. Ognuno ha fatto le proprie ricerche musicali, distanti dal rock. Io per esempio sono andato a scavare nel passato, riprendendo la tradizione dei gradi melodisti come Modugno, Bindi, Lauzi… le linee vocali della musica italiana degli anni ‘50 e ’60. C’era l’esigenza di dare all’album “Del Mare La Distanza” un’altra veste; il resto del processo è rimasto immutato, in particolare per quanto riguarda le dinamiche tra me e Monica: lei scrive i testi mentre io, in assenza di strumenti musicali, aggiungo la mia voce, creo la linea vocale e successivamente il tutto viene vestito con la musica: in questo caso volevamo un lavoro che dovesse suonare e l’abbiamo fatto suonare. Per me tutto dipende, sempre e comunque, da quella che è la visione iniziale: parti con quella e deve essere il più possibile completa.

In effetti è capitato ad alcuni artisti – ci sono anche diversi esempi illustri in proposito – di mutare direzione in corso d’opera, e questa strategia ha quasi sempre portato a risultati piuttosto deludenti.

Appunto. In questo caso noi abbiamo deciso di fare un disco di canzoni suonate, con le chitarre, il basso e tutti gli altri strumenti caratteristici. Quello era il progetto iniziale e a quello ci siamo attenuti.

Quindi, se abbiamo compreso bene, dal punto di vista del processo compositivo la prima cosa che nasce è la costruzione della linea vocale sui testi.

Sì, da quando ho cominciato a collaborare con Monica, che è autrice dei concept, il metodo di lavoro è questo. Lei scrive i testi dopodiché giunge quella che per me è la parte più divertente, pur essendo piuttosto laboriosa: è la parte della ricerca. Vado a cercare il suono della parola, sposto la metrica poetica; prendo i versi di Monica, li faccio a pezzi e li rimetto assieme. Le linee vocali arrivano solo successivamente, prima bisogna leggere e rileggere i testi, è necessario metabolizzarli, lasciarli decantare e riprenderli. Sono testi importanti, devono essere rispettati ed amati. Fatto questo, posso dedicarmi alle linee vocali: non ce n’è mai una sola per testo, in genere arrivo ad elaborarne almeno cinque o sei, a volte anche una decina. Alla fine scelgo quella che considero più funzionale al progetto.

Dal punto di vista della sperimentazione sulle linee vocali, la scrittura di Matticoli dovrebbe essere piuttosto stimolante.

Quella di Monica è una scrittura spigolosa, spesso ricca di termini inusuali per quella che è la forma canzone tradizionale. La sfida è quella di prendere i suoi testi, capirne i meccanismi, studiare il suono delle parole e imparare a distenderle. I suoi versi evocano immagini, miraggi, ed è su queste suggestioni visive che bisogna lavorare. Una volta create diverse linee, non necessariamente scelgo quella che considero più bella ma quella che funziona meglio, ovvero quella che distende meglio le parole di Monica.

A proposito di immagini: la copertina. Potremmo definirla “retrofuturista” e sembra raccontare visivamente quello che poi si andrà ad ascoltare nelle canzoni dell’album.

Credo la copertina possa avere diverse chiavi di lettura: la più scontata potrebbe essere quella del dito che preme il tasto play per far partire il disco. Molti ci leggono qualcosa di inquietante: credo che dipenda dal fatto che purtroppo viviamo tempi inquietanti.

Esatto: non si può non pensare alle ostilità tra Stati Uniti e Corea del Nord.

L’idea della copertina è nata molto prima di questi fatti, quindi non c’è una precisa relazione con questi, però è un’altra possibile lettura. Io sono nato in piena guerra fredda e a quanto pare non è cambiato molto, anzi forse sono peggiorate le cose perché se storicamente la guerra fredda aveva un suo senso, questa nuova guerra fredda – chiamiamola così, anche se in realtà è una guerra di comunicazione, di potere – è molto più pericolosa perché è fuori tempo. Se torniamo indietro a più di cinquant’anni fa, c’erano Kennedy, Cuba, il blocco sovietico e quello occidentale. C’era un contesto preciso, leggibile. Ora non c’è nulla del genere, sembra un Risiko in mano a dei pazzi che giocano.

Ad ogni modo questo “retrofuturismo” della copertina, come dicevamo, ci pare di ritrovarlo anche nel disco: musica che guarda ad un determinato passato senza essere semplice ripescaggio della new wave. “Del Mare la Distanza” è un disco assolutamente contemporaneo.

Ci sono parti più cupe, e sono quelle che raccontano la contemporaneità, l’oggi, il momento. Poi ci sono le parti per campionatori e tastiere che sono quelle di maggiore apertura, quelle dove si respira, che sono chiaramente collegate al passato, come un ricordo che entra. Una sorta di déjà vu apparente in un contesto che resta comunque quello del presente.

Quando parliamo di “Del Mare la Distanza”, definirlo “disco” è quanto mai calzante dal momento che, almeno inizialmente, lo hai pubblicato esclusivamente in vinile a tiratura limitata.

Sì, una tiratura limitata che sta andando bene, visto che si parla già di ristampa. Da metà ottobre circa  sarà  disponibile anche nei digital store ma l’unico supporto fisico resterà comunque il vinile: per come la vedo io, o fai il vinile o fai il cd. E io il cd non lo voglio più fare. Intendiamoci, tutti ci siamo divertiti con i compact disc, anche se all’epoca sono andato avanti il più possibile con i vinili; i cd sono comodi, certo, li infili dappertutto, però questa superficie liscia non trasmette niente. È una superficie superficiale. Lo metti su e va, però non ti emoziona, nonostante alcuni prodotti siano registrati benissimo, con suoni spettacolari. Il giradischi e il vinile sono un’altra cosa: c’è la puntina che entra nel solco, si insinua, profana. Inoltre, per quello che riguarda il mio disco, sentivo il bisogno di un suono diverso, più sporco. Volevo tornare alle origini: ci sono tornato e mi trovo bene. E penso che sarà così anche per il prossimo album, che sarà ancora un disco di canzoni.

Quindi ci sarà un nuovo album? Non è che dovremo aspettare altri cinque anni?

No, questa volta aspetterete al massimo un paio d’anni, Monica sta già lavorando ai testi.

Dopo i primi concerti promozionali che stai portando in giro hai intenzione di intraprendere un tour più strutturato?

Il tour partirà molto probabilmente da gennaio ma potrete trovare tutte le news e le informazioni sul mio sito https://mirosassolini.com/

Quindi possiamo aspettarci un tour per il 2018.

Certamente sì. Da metà ottobre torneremo in sala prove per essere operativi col nuovo anno.

Tu e altri artisti della tua generazione siete la dimostrazione del fatto che si può restare indipendenti anche a cinquant’anni; il mainstream non è un approdo ineluttabile. Eppure l’impressione è che oggi in Italia il fenomeno della musica indipendente sia legato ad un discorso perlopiù modaiolo, giovanile a tutti i costi. Qual è il tuo giudizio in proposito?

Tutto dipende da quelli che sono i tuoi scopi. Oggi se vuoi fare qualcosa di tuo e solamente tuo, difficilmente arriverai da qualche parte. Se invece vuoi provare a fare i soldi e sei un buon musicista non ci sono problemi: se hai voglia di scendere a compromessi, l’Italia è il paese adatto. Niente di strano, è qualcosa che accade in qualsiasi ambito; il mondo del lavoro è questo e la musica non si sposta di una virgola da questo contesto. C’è chi fa scelte anche abbastanza drastiche, come possono essere ad esempio le mie, e c’è chi queste scelte non le fa perché è più interessato a raggiungere immediatamente il successo. Questo non accade da oggi: l’underground in Italia non esiste ormai da molti anni, anche perché in realtà da noi quel fenomeno è durato davvero poco: ad essere generosi dal termine degli anni ‘70 a fine anni ‘80. Un decennio che ci stiamo portando dietro da più di trent’anni. Ora, per come la vedo io, è quasi tutto mainstream travestito.

Mainstream travestito con l’etichetta indie, pratica che fa tendenza in questi anni.

È proprio questo il discorso. In Italia non esiste – e credo non esisterà mai – una zona cuscinetto dove possano stare persone come me. E di persone come me ce ne sono tante: conosco tanti artisti, musicisti, amici che non sanno dove stare perché non c’è un posto specifico per chi fa ricerca. Per chi tenta di fare qualcosa di nuovo non c’è spazio. C’è spazio soltanto per il grande mainstream e per i soldi che vi girano intorno. Molto denaro per poche persone. Poi c’è un carrozzone gigantesco, una pancia enorme – che è quello che chiamiamo indie – dove c’è di tutto, dall’artista più o meno affermato che per i più svariati motivi non sta nel mainstream fino alla giovane band emergente. È un grande calderone che spesso si fatica a comprendere proprio per questo suo essere inclusivo all’eccesso. Allo stesso tempo però devo dire che secondo me ultimamente qualcosa si sta muovendo: vedo ragazzi giovani che osano, non hanno paura di sperimentare e lavorano con quell’approccio che avevamo noi trent’anni fa. Lo fanno divertendosi ma allo stesso tempo in maniera molto professionale perché sono bravissimi musicisti. Ecco, questi secondo me sono i giovani artisti che andrebbero tutelati, mi piacerebbe che potessero lavorare con più tranquillità e maggiore protezione.

Durante il concerto di presentazione, vengono proposti in sequenza i sei brani dell’album e l’impressione è che dal vivo funzionino a meraviglia. La band suona compatta, precisa e riesce a ricreare la stessa intensità che promana dai solchi del vinile. E, su tutto, c’è la pura, folgorante magia della voce di Miro.

di Alessandro Menabue e Massimiliano Manocchia, su Loudd

 

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