Del mare la distanza: su Mucchio Selvaggio

Finalmente. Miro Sassolini accantona la vena più sperimentale per dare vita a un disco dove parole e melodie vanno a braccetto, fin dai primi secondi di Aaminah. Poi c’è la musica, perfettamente congegnata da artisti di primo livello, quali fra gli altri Gianni Maroccolo (quando presta il basso è una garanzia) e il batterista statunitense Justin Bennet, che insieme a Cristiano Santini e Federico Bologna si sono occupati financo della produzione artistica. Poi i testi, poche volte così romantici (“e il bacio che mi chiedi te lo porterò), definitivi (“la vita mette a fuoco ogni scrittura”), e quindi poetici, vergati su carta dalla poeta Monica Matticoli. Qua richiama Andrea Chimenti, là il lirismo aulico e scuro degli Ianva, laddove, a livello musicale, si nota la mano di Maroccolo, specialmente in Amor fati (un titolo che è anche una locuzione latina cara a Nietzsche). Poi tornano gli anni 80, e l’eco dei Joy Division (la base di Aaminah evoca rimandi ad Unknown Pleasures). Ascoltando questi sei pezzi, spalmati in circa mezz’ora, emerge nondimeno qualche rimpianto per una produzione artistica fin troppo scarna, il cui apice fu raggiunto in fretta con Siberia dei Diaframma nel 1984. Oggi, passati più di trent’anni, ovvero l’eternità, Miro sembra essersi rasserenato, e si torna ad ascoltare grande e intensa musica italiana. Senza tempo.

Jori Diego Cherubiuni, Mucchio Selvaggio, settembre 2017

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